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LA  DIVERSITA': UNA MINACCIA O UNA RISORSA?

Cosa ci impedisce di vivere felici? Di sentirci realizzati?

Cosa ci porta nella paura e nella sfiducia?

Viviamo in una società dove spesso le persone si sentono sole.

Sole nonostante vivano in contesti molto popolati, rumorosi sovraffollati.

Perchè molte persone giungono ad uno stato di alienazione e isolamento?

Abbiamo forse perso di vista il contesto più ampio di cui facciamo parte. Abbiamo reciso i collegamenti con le nostre origini.

Alle nostre spalle sentiamo un vuoto che si traduce spesso in mancanza di senso.

L'appartenenza ad una famiglia, ad un gruppo, ci dà un'identità, un significato.

La nostra presenza qui ed ora non è casuale, il significato e lo scopo può essere compreso se ci riconnettiamo con presenze per noi significative: familiari, antenati, persone con cui abbiamo avuto una relazione, un'amicizia, tutti costoro hanno un posto dentro di noi, fanno parte della nostra vita.

Se rifiutiamo questa realtà, se neghiamo e rimuoviamo la rete di rapporti, di relazioni che ci appartengono, che ci fondano e ci connotano, noi non sappiamo chi siamo, non abbiamo radici in cui sentirci sicuri.    

Ci sentiamo dispersi, e questo provoca un problema con la vita.

La scelta sempre più frequente di vivere soli, appare come una resa di fronte a tutto questo, e alla complessità della diversità.

Ogni persona è diversa, il genere maschile è diverso da quello femminile.

Scommettere sull'accettazione e la valorizzazione del diverso da noi implica coraggio e determinazione, che mal si conciliano con  il giudizio e  la dipendenza da convinzioni e pregiudizi che, come una coperta troppo corta, cercano di coprire paure, insicurezze, problemi irrisolti.

Allora la sfida è riuscire a sostituire il giudizio con il rispetto, la convinzione della separazione con l'esperienza dell'integrazione, l'atteggiamento di competizione con l'esigenza di condividere. Questo è possibile se cambiamo punto di osservazione, se allarghiamo gli orizzonti e riusciamo a sentirci parte di un universo meraviglioso, che trabocca di vita, di amore e di abbondanza.


Il sintomo: un problema di cui sbarazzarsi o un'opportunità per scoprire chi sei ?

Le domande che più spesso mi sento porre sono: "Qual'è la mia diagnosi? Di cosa sofro? Come si può definire il mio caso? Lei è in grado di risolvere il mio problema?"

Queste domande nascono dal bisogno che qualcuno dia una definizione di sè e si accolli la responsabilità della propria guarigione.

La persona che chiede aiuto sta vivendo un  periodo di crisi e   si sente incapace di uscirne, sono  insorti  sintomi di cui non comprende l'origine nè il significato.

I sintomi  sono la reazione più sensata, prevista dalla nostra componente biologica, per rispondere e reagire ad un particolare conflitto vissuto come spiazzante e irrisolvibile. 

Il mio ruolo consiste nel creare le condizioni affinchè la persona possa fermarsi ed ascoltarsi, prendere coscienza del suo vissuto più profondo. Da questo ascolto nasce una comprensione del significato del sintomo: chi o che cosa rappresenta.

E' a questo punto che la persona può scegliere di fare un autentico movimento di cambiamento, partendo da un diverso punto di vista. La responsabilità della risoluzione del problema, sia esso fisico, psichico o relazionale, è della persona, io l'accompagno a vedere, prendere coscienza e lasciare andare.

La scelta è del tutto libera. Qualsiasi diagnosi da alla persona una definizione con cui essa tende ad identificarsi, questa etichetta rischia di diventare una identità sostitutiva.    

Abbiamo così: il depresso, il paziente affetto da sindrome bipolare, quello con disturbo della personalità, lo schizofrenico, il diabetico, l'iperteso, il cardiopatico, etc.

Definizioni che sono il risultato della trasformazione del sintomo momentaneo  in prognosi, mediante una proiezione nel futuro che tende ad avverarsi nella misura in cui il paziente crede a questa previsione.

Quante volte ci siamo sentiti dire: “Si rassegni, lei dovrà assumere questo farmaco per tutta la vita?"

Come possiamo evitare di entrare in questa spirale di paura ed impotenza?

Guardando e affrontando ogni sintomo nella sua specificità, mantenendo il contatto con la vita reale, con quello che sta accadendo nel presente o è accaduto nel passato prossimo.

Chiedendoci: Cosa è successo prima che questo avesse inizio? 

Tutto può essere guardato, compreso e risolto se manteniamo un atteggiamento aperto e disponibile al cambiamento, se abbandoniamo la paura e  prendiamo coscienza che tutto ciò che ci accade è sensato ed è una preziosa opportunità per migliorare la qualità della nostra vita.


SULLA SINDROME DEL GEMELLO SCOMPARSO

Solitudine, senso di vuoto, ansia immotivata, difficoltà ad integrarsi in un gruppo, tendenza ad isolarsi, sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano la Sindrome del gemello superstite.

L'uso di strumenti ecografici sempre più sofisticati e un numero crescente di testimonianze raccolte da medici e pazienti, vanno nella direzione di dimostrare che esiste una percentuale di gravidanze, attualmente stimata attorno al 30%, che partono gemellari ma ben presto uno dei 2 embrioni viene espulso o riassorbito naturalmente, senza lasciare segni di questo evento. 

Un solo embrione continua il suo viaggio verso la vita, portando con sè una terribile memoria cellulare, quella della perdita e dell'abbandono subito, senza che l'evento possa essere rappresentato, ricordato, messo in connessione con la fatica del superstite ad affrontare la vita. Resta sconosciuta l'origine di particolari caratteristiche emotive, psichiche e caratteriali della persona.

Uno dei tratti salienti di questi individui è una forte attrazione per tutto ciò che è occulto e misterioso, in particolare le esperienze connesse alla morte e alla vita oltre la morte. Dall'altro è presente una grande sensibilità ed empatia nei confronti di qualsiasi essere vivente, specie se in difficoltà, sofferente, bisognoso di cure e di aiuto. In questo contesto nasce un forte bisogno di prendersi cura, di aiutare, di salvare. 

Quando tutti gli sforzi compiuti risultano inefficaci a raggiungere l'obbiettivo,  la persona che tanto si è prodigata, cade in uno stato di prostrazione, accompagnato da tristezza, depressione e senso di impotenza.

Il dolore   può diventare straziante e il senso di perdita insopportabile. 

Agli occhi di un osservatore la reazione appare esagerata e in alcuni casi incomprensibile.  Questa discrepanza fra l'evento e la reazione emotiva ad esso, come nel caso della morte di un animale o di una persona sconosciuta,  costituisce un indizio di una perdita accaduta tanto tempo prima che non potendo essere ricordato,  viene messo in scena per essere visto e compreso. 

A complicare il quadro è la presenza di una forte rabbia e senso di colpa, due sentimenti che coesistono nei confronti del gemello scomparso e di ogni suo sostituto.  

E' sorprendente vedere come la vita di queste persone cambi radicalmente dopo aver preso di coscienza di questo "conosciuto non pensato". 

Qualcosa con cui  da sempre convivono ma a cui non sono mai riusciti a dare un volto e un nome.

La possibilità di sentire questo dolore, di dargli un volto e un senso, è una occasione preziosa per far ripartire un tempo bloccato, una vita sospesa, una promessa non mantenuta.  

Tutto diventa allora  possibile, si può ripartire riappropriandosi della propria vita e del proprio destino, dicendo finalmente  sì alla vita.