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Ansia e Panico: che fare?

 

L'Ansia ha a che fare con un senso di minaccia, qualcosa di cui si avverte la presenza

ma di cui non è chiara né l'identità, né la pericolosità. Una sorta di nemico che risiede nell'ombra, che potrebbe attaccare, non si sa né come né quando.

Questo stato di incertezza, associato ad una sensazione di minaccia, crea uno stato di Ansia diffusa che tende a presentarsi anche in situazioni prive di minacce e di pericoli reali.

L'ansia si trasforma in panico quando vi è una totale perdita di controllo, allora ci si sente in balia degli eventi e completamente sopraffatti.

La componente biologica, presente in ogni persona, viene risvegliata e sentendosi invasa dal terrore, innesca una serie di reazioni fisiche quali: l'accelerazione del battito cardiaco, l'iperventilazione polmonare, l'aumento di sudorazione, che sono tipiche reazioni alla paura di morire.

Prova ne è che, in molti casi, la persona si reca al Pronto Soccorso convinta di avere un Infarto e si sente dire: “Non si preoccupi, è solo un po' di Stress”.

Questa affermazione anziché rassicurarla, la lascia nella totale incomprensione di quanto è accaduto e innesca un circolo vizioso in cui la paura che il panico si ripresenti, non si sa né dove né quando, la induce ad evitare progressivamente tutte le situazioni e i luoghi in cui potrebbe insorgere la crisi di panico.

Di conseguenza lo spazio vitale in cui il soggetto si sente al al sicuro diviene sempre più limitato fino, nei casi più gravi, a coincidere con le mura domestiche.

La prima cosa da fare in questa situazione è creare le condizioni affinché la persona si senta al sicuro, ovvero si senta compresa, non giudicata e sopratutto rassicurata riguardo al fatto che il sintomo è transitorio,  quindi non durerà per sempre. 

Dato che il sintomo è una reazione biologica sensata ad una situazione vissuta in modo conflittuale e percepita come minacciosa e irrisolvibile, è importante trovare un professionista che sia in grado di aiutare la persona a comprendere quanto sta accadendo, che permetta di dare un senso, facendo luce sul vissuto che ha preceduto l'insorgenza del sintomo, perché nella maggioranza dei casi questa connessione non è chiara. 

Una volta compreso il significato, è necessario usare validi strumenti per risolvere il sintomo. In questa seconda fase è fondamentale la collaborazione del cliente, il quale deve essere disposto a modificare la situazione, a cambiare le condizioni esterne che l'hanno fatto insorgere, oppure riuscire a  cambiare il proprio atteggiamento nei confronti di quella  situazione. 

Solo se la persona è disposta ad iniziare un processo di trasformazione, può liberarsi dalla morsa che la attanaglia e uscire dalla condizione di volontaria esclusione dal mondo in cui si era rifugiata. 

In assenza della disponibilità a cambiare, l'unica strada possibile è quella di ricorrere a farmaci che attenuino le reazioni sintomatologiche. 


Da dove nasce la difficoltà a lasciare andare?

Una delle azioni più difficili nella vita è lasciare andare.

L'attaccamento che sviluppiamo per cose e persone ci introduce nel campo della paura: la paura di perdere persone care, il lavoro, le comodità, anche oggetti a cui siamo affezionati, per non parlare delle abitudini di cui siamo dipendenti.

Eppure dal momento della nascita la nostra vita dipende da un costante equilibrio fra il movimento di prendere e quello di lasciare, fra l'inspiro e l'espiro.

Allora perché risulta così difficile lasciare andare?

La difficoltà a lasciare andare è universale, non appartiene solo alla cultura occidentale, basti pensare alla lunga ricerca fatta da Budda per arrivare a comprendere e ad attuare il non attaccamento.

Associamo il lasciare andare col perdere, che per noi significa sconfitta e la reazione è  di opposizione. Che è un po' come nuotare contro corrente: pur sapendo che la direzione del fiume non può essere cambiata, e non seguirla può volere dire soccombere, la nostra tendenza ad opporci è forte.

Come il bambino che dice no, per dimostrare la sua forza, per distinguersi, per individuarsi. Mi chiedo se tutto questo possa avere a che fare con un' ambivalenza, con un dubbio, un'incertezza riguardante la scelta originaria, quella di esserci, rispetto al non esserci, la scelta della vita, così come noi la intendiamo.

Le esperienze intrauterine hanno grande importanza nella creazione e nel rafforzamento di questa ambivalenza: i dubbi, le incertezze, le paure, o addirittura il rifiuto della madre, può arrivare all'embrione, il quale percepisce di non essere desiderato e sviluppa un profondo senso di colpa, il vissuto di essere un clandestino, mancante dell'autorizzazione ad esserci.  

La perdita di uno o più gemelli nei primi mesi di gravidanza, è un'esperienza talmente dolorosa da segnare profondamente la vita successiva.

Questa esperienza porta il gemello superstite a vivere ogni perdita, ogni separazione e abbandono come un dolore insopportabile, sviluppando una ipersensibilità al tradimento e all'ingiustizia. Ogni abbandono diventa un'occasione per rivivere il dramma originario.

Allo stesso modo lo scenario di nascita diventa un copione che si attualizzerà ogni volta che si deve iniziare qualcosa: un lavoro, una relazione, un trasloco.

Il senso di mancanza innesca meccanismi atti a difendersi da questo dolore, la mente entra in azione per proteggere, rassicurare, trovare certezze.

In questo modo inizia la costruzione di una realtà alternativa, consolatoria, oggi diremmo virtuale, ma fondamentalmente falsa.

In questo scenario nasce l'esigenza di ritrovare la  Verità:  Chi sono?  Da dove vengo?  Dove vado?  Perché sono qui? 

Questa ricerca spinge la persona a tornare alle origini, per connettersi con una dimensione che precede l'entrata nella vita.

In questo percorso è importante lasciare andare memorie traumatiche, antiche ferite, ricordi dolorosi, per aprirsi al nuovo.

Fare spazio per poter creare, facendo apparire l'immenso campo di possibilità.


Quando rifiuti un'opportunità giri le spalle al presente per guardare il passato

Quando dici no ad una proposta, ad un progetto, rinunci ad una opportunità, cosa ti spinge a farlo?

Pensi: - è troppo per me, io non mi merito tanto -

Dietro questo pensiero c'è una convinzione limitante su te stesso:

- Io sono piccolo, sono debole, sono incapace, non sono all'altezza -

Quante volte hai scosso la testa e sconfortato sei tornato sui tuoi passi?

Quante volte hai scelto il rimpianto e hai rinunciato all'avventura?

Quante volte non hai osato scoprire chi sei veramente, di cosa sei capace?

Quante volte hai tradito il tuo progetto?

Ti sei mai chiesto dove nasce il giudizio?

Cosa ti fa più arrabbiare negli altri?

Prova a pensare a quello che non tolleri negli altri e ti accorgerai che è proprio quello che non perdoni a te stesso: un tradimento, una rinuncia, una scelta incoerente, inaffidabile, una fuga per paura, per viltà.

Ora verifica quante volte l'hai fatto e quante volte ti sei giudicato.

Forse porti ancora la colpa dentro di te.

E' quella colpa che ti induce a giudicare te stesso e gli altri, a non perdonarti e a non perdonare, che crea una spirale di rinunce e fallimenti, di rabbia e risentimento, di delusione, di tristezza e di sconforto.

Come uscire da questa trappola, come liberarsi da questa tagliola?

Osando, dicendo Sì, mettendoti in gioco, correndo il rischio, anche il rischio di cadere, con la certezza che dopo ogni caduta puoi rialzarti più forte, con più esperienza, con più fiducia in te stesso. 


Dove nasce la paura di non "essere abbastanza"?

Spesso accade di vivere situazioni in cui ci si sente impotenti.

Si hanno desideri, aspirazioni, che non si riescono a realizzare.

Questo porta a sentirsi inadeguati, come se ci mancassero le capacità, le competenze, evidenti negli altri, ma che in noi non troviamo.

La rabbia e il giudizio verso sé stessi e verso la vita, sono reazioni molto frequenti in queste situazioni.

Qualcosa sta impedendo ai nostri talenti di manifestarsi, un muro percepito invalicabile ci relega fuori dal gioco, manca la determinazione, la forza, il coraggio di osare andare oltre le certezze, le convinzioni, le abitudini che ci incastrano in meccanismi ripetitivi e sterili.

Come uscire da questo circolo vizioso?

Occorre creare uno spazio di ascolto per accogliere un nuovo punto di vista, ed espandere  la visione di sè e della realtà esterna. 

Uno nuovo sguardo, un movimento del cuore, una assunzione di responsabilità, producono cambiamenti radicali, di fronte ai quali la mente rimane incredula.

Questa magia scaturisce uscendo da una dimensione dove esiste solo il rapporto di causa ed effetto, alzandosi e guardando ciò che accade da un'altra visuale, ampliando la visione, includendo aspetti prima ignorati.

Tutto il flusso di energia che era bloccato si scioglie,  come ghiaccio al disgelo, e finalmente la vita ricomincia a fluire.  


L'Altro: una minaccia o una risorsa?

Cosa ci impedisce di vivere felici? Di sentirci realizzati?

Cosa ci porta nella paura e nella sfiducia? Viviamo in una società dove spesso le persone si sentono sole. Sole nonostante vivano in contesti molto popolati, rumorosi sovraffollati.

Perchè molte persone giungono ad uno stato di alienazione e isolamento? 

Abbiamo forse perso di vista il contesto più ampio di cui facciamo parte.

Abbiamo reciso i collegamenti con le nostre origini. Alle nostre spalle sentiamo un vuoto che si traduce spesso in mancanza di senso.

L'appartenenza ad una famiglia, ad un gruppo, ci dà un'identità, un significato.

La nostra presenza qui ed ora non è casuale, il significato e lo scopo può essere compreso se ci riconnettiamo con presenze per noi significative: familiari, antenati, persone con cui abbiamo avuto una relazione, un'amicizia.

Tutti  hanno un posto dentro di noi, fanno parte della nostra vita.

Se rifiutiamo questa realtà, se neghiamo e rimuoviamo la rete di rapporti, di relazioni consce e inconsce, non sappiamo più chi siamo, ci sentiamo sradicati, dispersi, in balia.

La scelta di vivere soli, di isolarsi, allontanandosi dagli altri, denota paura della diversità, una resa rispetto alla complessità.

Ogni persona è portatrice di un mondo, tutto da scoprire e valorizzare.

Prendere consapevolezza che l'altro è il nostro specchio, implica coraggio e determinazione, che mal si conciliano con  il giudizio e  la dipendenza da convinzioni e pregiudizi che, come una coperta troppo corta, cercano di coprire paure, insicurezze e problemi irrisolti. 


La Sindrome del Gemello Superstite

Solitudine, senso di vuoto, ansia immotivata, difficoltà ad integrarsi in un gruppo, tendenza ad isolarsi, sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano la Sindrome del gemello superstite.

L'uso di strumenti ecografici sempre più sofisticati e un numero crescente di testimonianze raccolte da medici e pazienti, vanno nella direzione di dimostrare che esiste una percentuale di gravidanze, attualmente stimata attorno al 30%, che partono gemellari ma ben presto uno dei 2 embrioni viene espulso o riassorbito naturalmente, senza lasciare segni di questo evento. 

Un solo embrione continua il suo viaggio verso la vita, portando con sè una terribile memoria cellulare, quella della perdita e dell'abbandono subito, senza che l'evento possa essere rappresentato, ricordato, messo in connessione con la fatica del superstite ad affrontare la vita. Resta sconosciuta l'origine di particolari caratteristiche emotive, psichiche e caratteriali della persona.

Uno dei tratti salienti di questi individui è una forte attrazione per tutto ciò che è occulto e misterioso, in particolare le esperienze connesse alla morte e alla vita oltre la morte. Dall'altro è presente una grande sensibilità ed empatia nei confronti di qualsiasi essere vivente, specie se in difficoltà, sofferente, bisognoso di cure e di aiuto. In questo contesto nasce un forte bisogno di prendersi cura, di aiutare, di salvare. 

Quando tutti gli sforzi compiuti risultano inefficaci a raggiungere l'obbiettivo,  la persona che tanto si è prodigata, cade in uno stato di prostrazione, accompagnato da tristezza, depressione e senso di impotenza.

Il dolore   può diventare straziante e il senso di perdita insopportabile. 

Agli occhi di un osservatore la reazione appare esagerata e in alcuni casi incomprensibile.  Questa discrepanza fra l'evento e la reazione emotiva ad esso, come nel caso della morte di un animale o di una persona sconosciuta,  costituisce un indizio di una perdita accaduta tanto tempo prima che non potendo essere ricordato,  viene messo in scena per essere visto e compreso. 

A complicare il quadro è la presenza di una forte rabbia e senso di colpa, due sentimenti che coesistono nei confronti del gemello scomparso e di ogni suo sostituto.  

E' sorprendente vedere come la vita di queste persone cambi radicalmente dopo aver preso di coscienza di questo "conosciuto non pensato". 

Qualcosa con cui  da sempre convivono ma a cui non sono mai riusciti a dare un volto e un nome.

La possibilità di sentire questo dolore, di dargli un volto e un senso, è una occasione preziosa per far ripartire un tempo bloccato, una vita sospesa, una promessa non mantenuta.  

Tutto diventa allora  possibile, si può ripartire riappropriandosi della propria vita e del proprio destino, dicendo finalmente  sì alla vita. 


Libertà: punto di partenza o conquista personale?

La convinzione di avere il controllo della propria vita, di essere liberi di scegliere ogni giorno ciò che si desidera, si rivela in molti casi un' illusione.

Quando ciò che affermiamo di volere non si realizza, attribuiamo la responsabilità alla sfortuna, alle avverse condizioni economiche e sociali, o alla negligenza delle persone che ci sono vicine.

Se proviamo a cambiare punto di vista, se osiamo andare oltre le nostre credenze, appare uno scenario completamente diverso.

Dapprima confusamente, poi in modo sempre più chiaro emergono connessioni fra ciò che accade nella vita attuale ed eventi accaduti in un passato recente e remoto. Esperienze scritte nelle cellule del nostro corpo.

Il copione di cui siamo interpreti è l'emanazione di più linee del tempo confluite nel qui ed ora, in ciò che siamo oggi.

Come personaggi di un enorme Truman Show, ci muoviamo mossi da fili invisibili, verso direzioni apparentemente sconosciute, ma in realtà ben note.

Questa condizione si riflette sul nostro sentire: senso di estraneità, insoddisfazione, confusione, incertezza.

Chi sono io? Cosa sto facendo? Perché lo faccio?

Queste sono le domande che hanno il potere di aprire il sipario, di portare lo sguardo oltre il noto, oltre l' abitudine, e guardare dietro le quinte.

Ma questa azione è vissuta come una trasgressione ed è accompagnato da paura e senso di colpa.

Qui si verifica la prima messa alla prova.

Se non fuggiamo, se abbiamo il coraggio di continuare, di andare oltre il divieto di “mangiare dell'albero della conoscenza”, allora qualcosa di importante accade.

La realtà dentro e fuori di noi si trasforma e nulla può essere come prima.

E' allora possibile trasformare il copione che stiamo interpretando, chiudere i file rimasti aperti, risolvere conti sospesi, rinunciare ad imprese impossibili, restituire destini non nostri.

E' possibile accedere alla libertà di essere, di agire e di sbagliare.

Libertà che i personaggi di un copione non hanno.

Questo percorso ha il sapore della scoperta, della meraviglia, dello stupore. 

In questo viaggio verso la consapevolezza siamo noi a scegliere se andare o restare, se vivere o recitare la vita, se cantare la nostra canzone o interpretare quella scritta da noi in un altro tempo o da qualcun' altro.


Il sintomo: un'occasione di crescita

Le domande che più spesso mi sento porre sono:

"Il mio problema è risolvibile? Se sì, in quanto tempo? 

Ha mai incontrato un caso come il mio?

Queste domande nascono dal bisogno che qualcuno, in modo un po' onnipotente, prenda il disagio e  si accolli la responsabilità della  guarigione.

La persona che chiede aiuto sta vivendo un  periodo di crisi e  si sente incapace di uscirne, non comprende il senso della sua sofferenza.

I sintomi  sono la reazione più sensata, prevista e messa in atto dalla nostra componente biologica, per rispondere ad un particolare conflitto vissuto in una condizione di solitudine.

Il compito del terapeuta è creare le condizioni affinché la persona possa fermarsi ed ascoltarsi, prendere coscienza del suo vissuto più profondo, e guardare chi c'è dietro il suo sintomo, sia esso psichico, fisico o relazionale.

Solo dopo essere entrati in questo ascolto e aver assunto questo atteggiamento la persona può fare una scelta. 

Qualsiasi diagnosi dà alla persona una definizione con cui essa tende ad identificarsi e questa etichetta rischia di diventare una identità sostitutiva.    

Abbiamo così: il depresso, il paziente affetto da sindrome bipolare, quello con disturbo della personalità, lo schizofrenico, il diabetico, l'iperteso, il cardiopatico, etc.

Definizioni che sono il risultato della trasformazione del sintomo con una durata limitata  in prognosi, mediante una proiezione nel futuro che tende ad avverarsi nella misura in cui il paziente crede a questa previsione.

Quante volte ci siamo sentiti dire: “Si rassegni, lei dovrà assumere questo farmaco per tutta la vita?"

Come possiamo evitare di entrare in questa spirale di paura e rassegnazione?

Guardando e affrontando ogni sintomo nella sua specificità e transitorietà, mantenendo il contatto con la vita reale, con quello che sta accadendo nel presente. 

Tutto può essere guardato, compreso e risolto se manteniamo un atteggiamento aperto e disponibile al cambiamento, se abbandoniamo la paura e  prendiamo coscienza che tutto ciò che ci accade è sensato ed è una preziosa opportunità per migliorare la qualità della nostra vita.