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Il sintomo: un problema di cui sbarazzarsi o un'opportunità per scoprire chi sei ?

La domanda che mi sento porre più frequentemente nella mia attività clinica è: "Qual'è la mia diagnosi? Di cosa soffro?"

E successivamente: "Come si può definire il mio caso? Lei è in grado di risolvere il mio problema?"

Queste domande nascono dal bisogno di trovare qualcuno capace di dare una definizione di sè stessi e a cui attribuire la responsabilità della propria guarigione.

La persona che chiede aiuto sta vivendo un  periodo critico della vita,  in questa situazione sono  insorti uno o più sintomi.

Essi  costituiscono la reazione sensata, biologicamente prevedibile, al modo in cui essa si sente, al suo particolare vissuto. 

Il mio compito è accompagnarla a fermarsi ad ascoltare e prendere coscienza del suo vissuto, per poi aiutarla a comprendere il significato del sintomo: chi o che cosa rappresenta, e facilitare il movimento che determina la risoluzione. Non sono io a guarire, è la persona che sceglie di lasciare andare, di sostituire un atteggiamento di opposizione con uno di accoglimento, di passare dal rifiuto all'accettazione, dal no al sì!    

Qualsiasi inquadramento diagnostico dà alla persona una definizione con cui essa tende ad identificarsi, questa etichetta rischia di diventare una identità sostitutiva.

Abbiamo così: il depresso, il paziente affetto da sindrome bipolare, quello con disturbo della personalità, lo schizofrenico, il diabetico, l'iperteso, il cardiopatico, etc.

Definizioni che sono il risultato della trasformazione del sintomo  in prognosi, di una proiezione sul futuro che tende ad avverarsi nella misura in cui il paziente crede a questa previsione.

Quante volte ci siamo sentiti dire: “Si rassegni, lei dovrà assumere questo farmaco per tutta la vita?"

In questo caso la diagnosi si trasforma in prognosi e la persona si convince di non poter più guarire, diventando dipendente dai farmaci. 

Come possiamo evitare di entrare in questa spirale di paura e impotenza?

Guardando e affrontando ogni sintomo nella sua specificità, mantenendo il contatto con la vita reale, con quello che sta accadendo nel presente o è accaduto nel passato prossimo. 

Tutto può essere guardato e risolto se manteniamo un atteggiamento aperto e disponibile, se abbandoniamo la paura e  prendiamo coscienza che tutto ciò che ci accade è sensato ed è una preziosa opportunità per migliorare la qualità della nostra vita.


SULLA SINDROME DEL GEMELLO SCOMPARSO

Solitudine, senso di vuoto, ansia immotivata, difficoltà ad integrarsi in un gruppo, tendenza ad isolarsi, sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano la Sindrome del gemello superstite.

L'uso di strumenti ecografici sempre più sofisticati e un numero crescente di testimonianze raccolte da medici e pazienti, vanno nella direzione di dimostrare che esiste una percentuale di gravidanze, attualmente stimata attorno al 30%, che partono gemellari ma ben presto uno dei 2 embrioni viene espulso o riassorbito naturalmente, senza lasciare segni di questo evento. 

Un solo embrione continua il suo viaggio verso la vita, portando con sè una terribile memoria cellulare, quella della perdita e dell'abbandono subito, senza che l'evento possa essere rappresentato, ricordato, messo in connessione con la fatica del superstite ad affrontare la vita. Resta sconosciuta l'origine di particolari caratteristiche emotive, psichiche e caratteriali della persona.

Uno dei tratti salienti di questi individui è una forte attrazione per tutto ciò che è occulto e misterioso, in particolare le esperienze connesse alla morte e alla vita oltre la morte. Dall'altro è presente una grande sensibilità ed empatia nei confronti di qualsiasi essere vivente, specie se in difficoltà, sofferente, bisognoso di cure e di aiuto. In questo contesto nasce un forte bisogno di prendersi cura, di aiutare, di salvare. 

Quando tutti gli sforzi compiuti risultano inefficaci a raggiungere l'obbiettivo,  la persona che tanto si è prodigata, cade in uno stato di prostrazione, accompagnato da tristezza, depressione e senso di impotenza.

Il dolore   può diventare straziante e il senso di perdita insopportabile. 

Agli occhi di un osservatore la reazione appare esagerata e in alcuni casi incomprensibile.  Questa discrepanza fra l'evento e la reazione emotiva ad esso, come nel caso della morte di un animale o di una persona sconosciuta,  costituisce un indizio di una perdita accaduta tanto tempo prima che non potendo essere ricordato,  viene messo in scena per essere visto e compreso. 

A complicare il quadro è la presenza di una forte rabbia e senso di colpa, due sentimenti che coesistono nei confronti del gemello scomparso e di ogni suo sostituto.  

E' sorprendente vedere come la vita di queste persone cambi radicalmente dopo aver preso di coscienza di questo "conosciuto non pensato". 

Qualcosa con cui  da sempre convivono ma a cui non sono mai riusciti a dare un volto e un nome.

La possibilità di sentire questo dolore, di dargli un volto e un senso, è una occasione preziosa per far ripartire un tempo bloccato, una vita sospesa, una promessa non mantenuta.  

Tutto diventa allora  possibile, si può ripartire riappropriandosi della propria vita e del proprio destino, dicendo finalmente  sì alla vita. 


SUL SENSO DI  ISOLAMENTO E VUOTO ESISTENZIALE

Cosa ci impedisce di vivere e sentire la vita ogni istante?

Cosa ci porta nella paura e nella sfiducia?

Viviamo in una società dove spesso le persone si sentono sole.

Sole nonostante vivano in contesti molto popolati, rumorosi sovraffollati.

Perchè molte persone giungono ad uno stato di alienazione e isolamento?

Abbiamo forse perso di vista il contesto più ampio di cui facciamo parte.

Abbiamo reciso i collegamenti con le nostre origini.

Alle nostre spalle sentiamo un vuoto che si traduce spesso in mancanza di senso.

L'appartenenza ad una famiglia, ad un gruppo, ci dà un'identità, un significato.

La nostra presenza qui ed ora non è casuale, il significato e lo scopo può essere compreso se riscopriamo e ci riconnettiamo con presenze per noi significative: familiari, antenati, persone conosciute o incontrate un'unica volta ma mai dimenticate.

Il sentirci dispersi, senza “patria”, senza casa, senza famiglia, provoca un problema con la vita.

La scelta sempre più frequente di vivere soli, appare come una resa di fronte a tutto questo e alla complessità della diversità.

Ogni persona è diversa, il genere maschile è diverso da quello femminile.

Scommettere sull'accettazione e la valorizzazione del diverso da noi implica tanto coraggio e determinazione, che mal si concilia con la paura, il giudizio, il rifiuto, il senso di colpa.

Una delle sfide di questo tempo è passare dal giudizio al rispetto, dalla separazione all'integrazione, dalla competizione alla comunione.

Questo è possibile solo se cambiamo il punto di osservazione, se allarghiamo gli orizzonti e riusciamo a sentirci parte di un universo meraviglioso, che trabocca di vita e di amore. 

Se riusciamo a vedere nel buio la luce, la perfezione nell'imperfezione, l'amore nella rabbia.